
Imparare a vivere con se stessi è forse la cosa più importante della nostra esistenza, e anche la più impegnativa. Da questa relazione con noi stessi nascono tutte le altre: quella con il mondo, con le persone, perfino con gli oggetti e con le attività che svolgiamo. Per questo accettare se stessi non è un esercizio di autocompiacimento, ma il fondamento di una vita vissuta in armonia. Eppure, proprio quando parliamo di accettazione di sé, rischiamo di fraintenderla.
Questo articolo nasce da uno dei nostri incontri online del mercoledì, su un tema proposto da voi, ed è la prima di due parti. Qui vediamo che cosa significa davvero accettare se stessi, che cosa invece non è, e perché ci riesce così difficile; nella seconda parte vedremo come la conoscenza di sé, attraverso l’osservazione, renda possibile questo passaggio.
Accettare se stessi: con chi stiamo convivendo?
Come si forma la nostra struttura interiore
Quando nasciamo abbiamo una purezza di fondo: un’innocenza, una trasparenza, una spontaneità assoluta. Poi, poco alla volta, il mondo entra in noi. Entrano le persone, i genitori, la scuola, la società intera, e ci formano: in molti casi, potremmo dire, ci strutturano. Creano in noi strutture psichiche fatte di schemi, memorie, convinzioni, credenze.
Una parte di ciò che siamo è certamente innata: esistono un temperamento, una genetica, perfino apprendimenti che si trasmettono a livello biologico. Ma la parte di gran lunga maggiore si struttura attraverso l’esperienza, e diventa la nostra identità. È importante ricordarcelo, perché quando parliamo di convivere con noi stessi stiamo parlando proprio di convivere con questa struttura, che ha una sua storia e che, in larghissima parte, opera in modo inconsapevole.
Emozioni e pensieri non sono la nostra identità
Ed è qui che accettare se stessi diventa complicato, perché inciampiamo quasi tutti: riteniamo che questa struttura sia ciò che siamo, e diamo un valore eccessivo e fuori luogo a ciò che sentiamo e pensiamo. Le emozioni ci muovono, ci motivano o ci demotivano, ci spingono ad agire e a pensare in un certo modo. Ma emozioni e pensieri sono sottoposti alle strutture psichiche che abbiamo costruito: vanno considerati come qualcosa di estremamente relativo e soggetto a trasformazione. Questa grande matassa interiore ha bisogno di essere compresa e trasformata poco alla volta; ed è lì che si trova il nostro fulcro.
Accettare se stessi, allora, significa anche conoscersi e riconoscersi. Non sarà mai possibile conoscersi completamente, perché gran parte della nostra interiorità lavora a livello inconscio; ma possiamo iniziare un processo di accoglienza di noi stessi. È l’aspetto più alla nostra portata e quello che più ci può aiutare.
Che cosa non è l’accettazione di sé
Il concetto di accettazione di sé è difficile da realizzare, ma prima ancora da comprendere. Occorre capire bene che cosa non deve essere.
Non è rassegnazione, né giustificazione dei propri limiti
Accettare se stessi non è rassegnazione, e imparare ad accettarsi non vuol dire smettere di crescere. Non possiamo rassegnarci alle parti di noi che sentiamo disfunzionali, irrisolte, che ci creano disagio, né ai comportamenti e agli atteggiamenti che vorremmo diversi. E non è neppure giustificare i propri limiti: dire «mi accetto così come sono» nel senso di «sono così per questi motivi» non è accettazione, è dare ancora più valore al limite, renderlo ancora più forte.
«Sono fatto così»: la frase più pericolosa
C’è una frase che è quasi un archetipo, ed è pericolosissima: «sono fatto così». Quando la pronunciamo stiamo dicendo, letteralmente, di essere fatti di marmo: di essere immodificabili. Non stiamo imparando ad accettarci: ci stiamo arrendendo, come se la vita ci avesse costruiti una volta per tutte. È un pensiero diffuso, popolare: «quello è fatto così, non lo cambierai mai». A volte ne andiamo perfino orgogliosi.
Eppure lo sanno gli scienziati, gli psicologi, gli psicoanalisti, lo sa chi si occupa di spiritualità: siamo esseri modificabili, nati per la trasformazione. Abbiamo un organo, il cervello, che è il più plastico del nostro organismo: in ogni istante può collegare nuove reti neurali, modificarle, disattivarne alcune, accenderne altre, ampliare quelle esistenti. È ciò che la scienza chiama neuroplasticità. Il problema è che ci hanno educati, formati, io dico deformati, a credere di non essere modificabili, e perfino a sentirlo.
Che cosa significa davvero accettare se stessi
Accogliere di essere trasformabili
Accettare se stessi significa, in primo luogo, accogliere di essere trasformabili. Ognuno di noi può trasformare se stesso e le proprie parti. Non è una cosa facile, perché richiede impegno, anche se in sé potrebbe essere semplice. Ma nel momento in cui dico «sono fatto così», rinuncio concretamente a cambiare: questa non è accettazione.
Non rinunciare a manifestarsi
Accogliere se stessi non vuol dire sedersi dentro di sé e restare lì. Vuol dire, al contrario, non rinunciare a manifestarsi: anche sbagliando, anche senza fare tutto perfettamente. Significa accettare la propria azione e il proprio pensiero. Se poi ci accorgiamo di aver commesso un errore o di non aver compreso qualcosa, va bene: sono io che ho agito, e accetto ciò che ho fatto e ciò che ho detto. Lo accetto nel senso che ne sono responsabile, senza vergogna e senza timore di dire: «Ho capito qualcosa in più».
È questa l’accoglienza piena di se stessi: accettarsi per quello che si è, senza smettere di diventare ciò che si può essere. Di norma facciamo fatica a viverla. Perché accettare se stessi ci riesce così difficile?
Perché è così difficile accettarsi: il confronto
È difficile accettare se stessi perché ci hanno insegnato a vivere di confronto. Mi piacerebbe che ciascuno di noi, nella vita di ogni giorno (mentre lava i piatti, cucina, lavora in fabbrica o in ufficio, passeggia o parla con qualcuno), osservasse quanti dei pensieri che sta elaborando abbiano come riferimento un confronto: con qualcun altro, con una situazione, con un’idea, con un ideale, con l’immagine sociale di come dovremmo o vorremmo essere. Se ci facciamo caso, scopriremo quanto i nostri pensieri nascano costantemente da questo algoritmo.
Non possiamo accoglierci mentre ci confrontiamo. Il confronto, reale o immaginato, crea una distanza tra me e l’oggetto o la persona con cui mi misuro. Da quella distanza nascono la frustrazione e il senso di inadeguatezza, oppure, al contrario, la spinta a dover essere più attivi, a dover avere successo, a dover conquistare. Ma una motivazione che nasce dal confronto, dopo un momento di entusiasmo o di successo, porterà prima o poi il suo contrario: frustrazione, conflitto, malessere. È lo stesso meccanismo dell’ego e del bisogno di riconoscimento di cui abbiamo parlato a proposito del vivere con leggerezza.
Il senso di «non essere abbastanza»
Il confronto ci fa dire che non siamo abbastanza: nulla è più lontano dall’accettare se stessi. È un’altra delle parti che ci tarpano letteralmente le ali. Durante il giorno, quando possiamo dedicarci un momento di attenzione, è molto utile osservare quanto sia alto il nostro livello di inadeguatezza: esprime con precisione quanto non riusciamo ad accoglierci e ad accettarci.
Impegno, non lotta
Un’altra delle strutture che ci sono state implementate è la convinzione che il conflitto sia necessario: per trasformarsi, per evolvere, per realizzarsi. «Nella vita devi lottare», ci hanno ripetuto. Accettare se stessi significa anche liberarsi di questa idea. Una ragazza o un ragazzo che studiano non devono lottare per laurearsi: devono impegnarsi. La vita ci chiede impegno, non lotta, e sono due cose molto diverse; così come è molto diverso il conflitto dal coraggio di manifestarsi.
Anche il linguaggio conta: a volte usiamo parole che dicono a noi stessi qualcosa di errato. Certo, un conflitto può emergere: perché altri lo generano, o perché in un momento di debolezza abbiamo fatto una scelta non pienamente consapevole. Ma non è necessario proseguire su quella strada con il conflitto. Ciò che serve, in ogni caso, è osservarsi: vedere come stiamo agendo e reagendo, e accogliere tutto questo senza giudicarci e senza confrontarci con altro. Poco alla volta si fanno strada le comprensioni, e cominciamo a vedere la realtà più vicina a ciò che essa è davvero.
Accettare se stessi è il primo passo
Accettare se stessi, dunque, non è arrendersi a ciò che siamo diventati, ma riconoscere che possiamo trasformarci; non è giustificare i limiti, ma smettere di misurarci continuamente con qualcosa o con qualcuno. È il primo passo di un percorso di crescita personale autentico. Imparare ad accettarsi è un processo graduale, che si costruisce giorno dopo giorno.
Resta la domanda decisiva: come si fa? Nella seconda parte di questo articolo vediamo come conoscere se stessi attraverso l’osservazione: la differenza tra coscienza e psiche, un esercizio semplice da praticare ogni giorno e il modo di uscire dall’autogiudizio e dal senso di colpa.
Per chi desidera approfondire questi temi all’interno di un percorso di crescita personale, il corso online Il Mio Risveglio è dedicato proprio alle azioni interiori che trasformano il nostro modo di vivere; tutti i corsi sono raccolti nella pagina Il Percorso e i Corsi.
Le vostre domande
Quando diciamo «sono fatto così», non dimentichiamo che siamo fatti anche per cambiare?
È esattamente così. «Sono fatto così» è una resa, non un’accettazione: stabilisce che siamo immodificabili, mentre siamo esseri nati per la trasformazione. Accettarsi significa partire proprio da qui, accogliendo il fatto di poter cambiare.
— Gaia
Allora per crescere serve impegno, non per forza lotta, conflitti e competizione?
Sì. La vita ci chiede impegno, non lotta. L’idea che il conflitto sia necessario per evolvere è una delle strutture che ci sono state trasmesse; ci si può manifestare con coraggio anche senza conflitto, osservando come agiamo e reagiamo e accogliendolo senza giudicarci.
— Gaia
