Lasciare andare i pesi interiori: sassi posati a terra e una piuma che si solleva

Nella prima parte abbiamo visto che il dolore non coincide con il peso, e che i pesi interiori nascono da un uso possessivo della parola «mio», attraverso il quale facciamo diventare parte della nostra identità cose, persone e situazioni. Ora la domanda è un’altra: come possiamo lasciare andare questi pesi e tornare alla leggerezza che ci appartiene?

Perché lasciare andare è necessario: lo zaino pieno di sassi

Attraverso il «mio» possessivo abbiamo generato preoccupazioni, ansie, proiezioni, aspettative e, inevitabilmente, delusioni. Da questi meccanismi sono nati schemi mentali, cognitivi ed emozionali che oggi vivono in noi e continuano a produrre peso. È come se avessimo messo, giorno dopo giorno, un sassolino nello zaino che portiamo sulle spalle.

Lasciare andare non significa diventare indifferenti alla vita o agli altri. Significa fare un passo indietro e cominciare a osservare i processi che si svolgono dentro di noi: vedere quanto alcuni di essi generino timore, preoccupazione, paura, ansia, nervosismo, tensione. Imparare a lasciare andare è un processo di distacco nel senso più autentico: spostare l’attenzione dal possesso alla relazione. Nulla ci appartiene davvero; siamo noi ad appartenere a un contesto, a essere in relazione.

Lasciare andare nelle relazioni

«Mio figlio, mia moglie»: dal possesso alla relazione

Nelle relazioni familiari e di coppia quasi tutti siamo animati da un senso di possesso. Abbiamo interiorizzato l’altro come risposta ai nostri bisogni, alle nostre aspettative, alle nostre proiezioni: per questo diciamo «mio marito», «mia moglie», «la mia compagna» e, senza accorgercene, facciamo dell’altro una parte della nostra identità. Prima o poi, da qui nascono le difficoltà.

Il cambiamento consiste nello spostare il focus: il mio compagno, la mia compagna non sono miei, ma persone con cui sono in relazione, una relazione che può essere profonda, intensa, affettiva. Cresco, imparo e conosco attraverso gli altri, ma non mi identifico con loro. Quando applichiamo questo spostamento, anche partendo dalle piccole cose, la leggerezza arriva subito: è come togliersi dalle spalle lo zaino pieno di sassi. Il dolore, quando si presenta, lo avverto come tutti; ma il mio rapporto con il dolore non crea più peso: lo accolgo e procedo. Lasciare andare nelle relazioni non è freddezza: il non attaccamento è la condizione per amare senza trattenere.

Possesso e dipendenza, due facce della stessa medaglia

Il possesso è sorella della dipendenza: le due cose vanno a braccetto. Quando abbiamo installato in noi un processo di possesso, ne siamo dipendenti. Non si tratta di un passo successivo, ma dell’altra faccia della stessa medaglia. Per questo imparare a lasciare andare il possesso significa, nello stesso movimento, liberarsi da una dipendenza.

Le aspettative verso i figli

Un esempio frequente riguarda i figli. Un genitore se ne prende cura, naturalmente, ma c’è modo e modo. Esiste un modo possessivo in cui i traguardi dei figli diventano qualcosa che mi appartiene, qualcosa che io voglio: lo giustifichiamo dicendo che è «per il loro bene», ma in realtà una parte di noi lo desidera per sentirsi tranquilla. Sono meccanismi così profondi, strutturati fin dalla prima infanzia, che abbiamo bisogno di riportarli in superficie e osservarli senza colpe, senza sensi di colpa, senza autogiudizio, in modo fluido e accogliente.

Imparare a lasciare andare: due esercizi

Primo esercizio: dare un nome ai pesi

Dedicate a voi stessi un momento di meditazione, anche solo tre o cinque minuti, e ponetevi una domanda: quali sono i pesi che sento dentro di me? Potete anche scriverla: è il primo dei due esercizi di consapevolezza che vi propongo. Poi restate per qualche istante in silenzio, a occhi chiusi, e osservate quali pesi emergono dall’interno.

Sono situazioni che generano timore, preoccupazione, ansia, tensione: pesi che ci pre-occupano, cioè ci occupano ancora prima che le cose accadano. Possono riguardare la sfera affettiva, il lavoro, l’economia, qualunque ambito della vita. Scriveteli e date a ciascuno un nome, «con nome e cognome».

Secondo esercizio: togliersi lo zaino e lasciare andare

Dopo averli individuati, in un successivo momento di meditazione respirate, fermate le mani, restate immobili con il corpo per qualche istante. Immaginate di avere lo zaino sulle spalle e, uno alla volta, prendete ciascun peso e lasciatelo cadere a terra, lontano da voi.

È un esercizio semplice, ma va praticato con continuità: una volta non basta, anche se potreste sentirvi alleggeriti fin da subito. I nostri meccanismi interiori, il nostro ego, tendono a ricostruire i pesi, perché vivono di essi e si identificano con essi. Basta ascoltare tante conversazioni quotidiane: dopo pochi giorni senza vedersi, ci si racconta subito il proprio dolore, le proprie sofferenze, i torti subiti. Ci identifichiamo con i nostri pesi. Lasciare andare è un processo di consapevolezza, di liberazione, di non attaccamento.

Perché per lasciare andare non basta ragionarci

Spesso cerchiamo di risolvere i pesi entrandoci dentro, ragionandoci sopra. Così facendo, però, non facciamo che assecondare il gioco dell’ego. Naturalmente non parlo dei problemi pratici, come una lavatrice da riparare: ciò che è risolvibile va risolto. Parlo di quella dimensione interiore che tende a identificarsi con situazioni, cose, persone ed eventi, e a possederle. Da lì non si esce con la mente: per lasciare andare abbiamo bisogno di cose semplici, come i due esercizi descritti sopra.

Fiducia e presenza: le due condizioni della leggerezza

La bambina e il grattacielo

Durante una passeggiata ho camminato per un tratto dietro a un nonno e alla sua nipotina di quattro o cinque anni. Con voce morbida, il nonno le spiegava che cos’è un grattacielo: una casa altissima, con tantissimi piani. A un certo punto la bambina ha detto: «Vorrei avere un grattacielo tutto mio», e ha portato le mani al petto, come se lo stringesse a sé con affetto.

Quel «mio» era il «mio» puro dell’appartenenza. La bambina non voleva possedere il grattacielo: voleva esserne parte, abbracciarlo, dargli il suo affetto. Il bambino piccolo vive ancora il «mio» come unione e non come separazione; per questo corre spensierato, leggero, senza pesi. Crescendo, quel «mio» prenderà probabilmente la piega che hanno gli adulti. A noi è chiesto di tornare un po’ bambini.

La fiducia

La prima condizione per lasciare andare e andare incontro alla leggerezza è la fiducia: fiducia nel fatto che posso vivere senza il «mio» possessivo e senza i pesi che porta con sé; fiducia nella vita, che è trasformazione continua ed è intelligente. Possiamo fidarci e affidarci a essa, come il bambino che corre.

Vivere il presente

La seconda condizione è la presenza. Ciò che ci appesantisce e limita la nostra naturale leggerezza è il passato, oppure la proiezione nel futuro. Vivere il presente, qui e adesso, accogliendo ciò che l’istante porta, ci restituisce alla leggerezza.

E la leggerezza, a sua volta, apre a qualcosa di straordinario: un cambio di prospettiva sulla vita e sulla realtà. Quando entriamo in questa frequenza trasformiamo il modo in cui vediamo, percepiamo e serviamo, e possiamo lasciarci ispirare dalla nostra dimensione più alta, quella spirituale.

In sintesi: tre punti chiave e due esercizi

  • La parola «mio»: osservare con consapevolezza quando e come la usiamo, se in senso possessivo o come appartenenza e relazione.
  • La fiducia: possiamo fidarci e affidarci alla vita, perché è intelligente.
  • La presenza: non vivere nel passato né nelle proiezioni sul futuro.
  • Primo esercizio: in un momento di silenzio o di meditazione, dare un nome ai propri pesi interiori.
  • Secondo esercizio: intenzionalmente, toglierli uno alla volta dallo zaino e lasciare andare ciò che non ci serve più.

Provate, se ne avete voglia, una, due, tre volte. E nei prossimi giorni tenete d’occhio la vostra parola chiave: mio.

Se desiderate approfondire la meditazione e la dimensione spirituale in un contesto guidato, potete conoscere il corso Toccando il Divino; per un accompagnamento individuale c’è la pagina Percorsi personali.

Le vostre domande

Il passo successivo al possesso non è forse la dipendenza?

Più che un passo successivo, la dipendenza è l’altra faccia del possesso: vanno a braccetto. Quando abbiamo installato in noi un processo di possesso, verso un oggetto come verso una persona, ne siamo già dipendenti. Per questo lasciare andare il possesso significa, nello stesso movimento, liberarsi dalla dipendenza.

CondividiTelegram