
Il dolore emotivo che ci è stato inferto non è colpa nostra. Quello che continuiamo a portare dentro da adulti, invece, ci riguarda. E per iniziare a scioglierlo basta una domanda, semplice e scomoda: che cosa sto evitando di fare?
Tutti conosciamo il dolore. Lo abbiamo incontrato nel corpo, con una malattia o un infortunio. Ma c’è un dolore più intimo, il dolore emotivo, che non si vede e spesso non si dice: una sofferenza interiore che a volte esplode, acuta e improvvisa, e altre volte resta lì, sullo sfondo, come un rumore costante a cui abbiamo finito per abituarci.
Per capirlo davvero, e soprattutto per uscirne, serve prima di tutto una distinzione. Perché esistono due forme di dolore emotivo: il dolore che abbiamo ricevuto e il dolore che manteniamo.
Da dove nasce il dolore emotivo: le ferite dell’infanzia
Il dolore emotivo è il segno di una ferita. Qualcosa ci ha colpiti, ci ha toccati nel profondo. E molto spesso questo accade quando siamo piccoli: un evento in famiglia, a scuola, con i coetanei, con il mondo degli adulti. Qualcosa che ci scuote e ci lascia addosso una paura. Perché il dolore porta sempre con sé un’intensità di paura.
Un bambino non ha difese. È aperto, spontaneo, genuino, e proprio in questa apertura sta la sua bellezza. Ma è la stessa apertura che lo rende vulnerabile. Non si aspetta di essere ferito, e quando accade la ferita diventa lacerante.
A volte non c’è un singolo episodio, ma una lunga serie di piccoli colpi che si ripetono nel tempo. Da lì nasce una separazione interiore, che porta con sé timore, sottomissione, chiusura. In una parola: dolore. Un dolore che non potevamo evitare, che abbiamo assorbito e fatto nostro. È un’esperienza che, in forme e intensità diverse, appartiene a tutti.
Come un foglio che si piega
Davanti a ciò che ci ferisce, ci ripieghiamo su noi stessi. Come un foglio che si piega. Restiamo smarriti, sorpresi, e ci chiudiamo.
Il problema è che poi cresciamo su quella piega. La nostra psiche si modella attorno a quei ripiegamenti, fino a identificarsi con il dolore emotivo che abbiamo provato. A poco a poco quel dolore diventa un tratto del carattere, un modo di reagire, un modo di stare al mondo. Non lo riconosciamo più come una ferita: lo chiamiamo semplicemente «io sono fatto così».
E c’è un motivo se pesa tanto. Un evento doloroso lascia una traccia più profonda di un momento felice. La gioia scorre, la ferita resta impressa.
Non è colpa tua
C’è una cosa che va detta con chiarezza, perché spesso la dimentichiamo: tutto questo non è una colpa. È stato inevitabile.
Quando quelle ferite emotive riaffiorano, capita di viverle addirittura con un senso di colpa, come se fossimo stati noi a meritarle o a provocarle. Non è così. Non è colpa tua. È qualcosa che è accaduto.
Accettare ciò che è stato
Il primo passo è accettare che sia accaduto. Sembra semplice, ma non lo è. Molti di noi, per anni, rifiutano dentro di sé l’idea che nell’infanzia ci siano stati episodi così forti da lasciare un segno.
Accettare non significa approvare, né tornare a sottomettersi. Significa riconoscere che il passato non si può cambiare. Quegli eventi sono stati brutti, non avremmo mai voluto viverli, ma ci sono stati. E continuare a provare risentimento verso chi li ha causati non ci restituisce nulla.
Solo quando smettiamo di combattere contro il passato possiamo voltarci verso il presente. E farci la domanda più importante: non quale dolore abbiamo ricevuto, ma quale dolore stiamo ancora tenendo dentro.
Il dolore emotivo che scegliamo di mantenere
Oggi siamo adulti. Dovremmo reggerci in piedi da soli, con le nostre forze. Eppure tanti di noi continuano a vivere con una sofferenza interiore di fondo che non se ne va. Perché?
Che cosa sto evitando di fare?
È questa la chiave. Se il dolore resta, è perché c’è qualcosa che non stiamo facendo e che, nel profondo, sappiamo di dover fare. Una scelta che rimandiamo. Una decisione che non prendiamo. E finché la rimandiamo, teniamo accesa dentro di noi la miccia della paura.
Da bambini siamo stati incatenati dall’intervento di altri. Da adulti, quelle catene le manteniamo noi, ogni volta che evitiamo di fare ciò che dovremmo fare.
È un’affermazione forte, lo sappiamo. Può perfino scandalizzare. Ma contiene una notizia straordinaria: se il dolore emotivo di oggi dipende da qualcosa che non stiamo facendo, allora abbiamo il potere di uscirne.
Fermarsi e ascoltare
Non si risolve un problema di matematica correndo su per le scale. Allo stesso modo, non si scioglie il dolore emotivo mentre si corre da un impegno all’altro. Serve fermarsi, prendersi uno spazio tutto per sé, e in quello spazio porsi la domanda: che cosa sto evitando di fare?
Non bisogna avere fretta di rispondere con la testa. La domanda va lasciata entrare, va lasciata scendere in profondità. Se dentro c’è molta confusione, va ripetuta giorno dopo giorno, senza ossessione, finché la risposta comincia ad affiorare. E arriva, sempre.
Ma quando arriva, inizia il passaggio più delicato. Perché una parte di noi farà di tutto per negarla. Ci dirà che non è vero, che in fondo non è così, che sono solo storie. È l’ego: la nostra psiche cristallizzata, costruita proprio sul dolore e sulla separazione. Non è cattivo, siamo noi. Semplicemente, si è abituato a quella forma e ha paura di cambiarla. Per questo la risposta va accolta, proprio quando vorremmo dimenticarla.
Decidere, con calma e con fermezza
Quando diventa chiaro che cosa fare, cresce anche la nostra responsabilità. Se non agiamo per paura del giudizio degli altri, per paura del cambiamento, per paura di non essere più accettati o amati, restiamo nel malessere. È una scelta anche questa.
Questo non significa fare colpi di testa. Mai decisioni prese per rabbia, per stanchezza, per reazione. Mai il «basta, me ne vado» di un momento di esasperazione. Le scelte vere vanno pensate, meditate, ponderate. Ma poi vanno prese, con fermezza.
Prima si decide dentro, poi si decide fuori. Una decisione deve maturare per giorni, a volte per settimane o mesi, finché non diventa davvero vera nella nostra profondità. Solo allora la si mette in pratica.
E quando succede, qualcosa cambia. Il dolore, poco alla volta, si scioglie. Ma non solo: cresciamo, ci trasformiamo, cambia il modo in cui guardiamo la vita. Quel foglio piegato comincia a distendersi. E finalmente si torna a respirare.
Quando gli ostacoli sembrano insuperabili
E se sappiamo cosa dovremmo fare, ma ci sono ostacoli concreti? Pensiamo a una persona che vive una relazione ormai troppo dolorosa e sente che dovrebbe chiuderla, ma dipende dall’altro per la casa o per il denaro. Così rimanda, e la sofferenza si allunga nel tempo.
Gli impedimenti pratici esistono, certo. Ma l’azione da compiere è prima di tutto interiore. Se le circostanze diventano la giustificazione per non scegliere, restiamo imbottigliati, imprigionati. Quando invece troviamo il coraggio di una scelta autentica, la realtà risponde: si aprono possibilità che prima non vedevamo, arrivano occasioni nuove.
Lo stesso vale per ogni ambito della vita: il lavoro, il denaro, gli affetti. Più che chiederci perché le cose non funzionano nonostante tutti i nostri sforzi, possiamo chiederci quale sia la cosa giusta che stiamo evitando.
La mano sotto il martello
Da adulti, ognuno di noi è alla guida di se stesso. Per questo non possono più essere gli altri a decidere il nostro dolore emotivo.
Immagina che qualcuno batta un martello sulla tua mano. Puoi decidere di lasciarla lì, magari perché a quella persona vuoi bene. Ma prima o poi il dolore diventa insopportabile. E se l’altro non smette, c’è una sola persona che può spostare quella mano: tu. Se eviti di farlo, sei tu a mantenere il dolore.
Il bisogno di presenza
Molto del dolore emotivo che ci portiamo dentro è nato da un’assenza. Da bambini, gli altri c’erano fisicamente, ma non con la loro anima. E noi, che siamo esseri sensibili, fatti per la relazione, ne abbiamo sofferto. Una persona può essere splendida, ma se non è davvero presente, aperta, ci fa male.
Per questo avere accanto persone mature, consapevoli e fidate è un sostegno prezioso. Non per appoggiarci a loro, né per farci consolare restando fermi dove siamo, ma perché sostengano la nostra volontà di trasformarci. Nessuno cambia perché qualcun altro gli dà un consiglio: si cambia perché lo si vuole. Ma avere qualcuno che ci vede, che è testimone del nostro cammino, per noi esseri umani è indispensabile. E quando il dolore è molto intenso o riaffiora con forza, anche un percorso psicologico può essere un aiuto prezioso.
E la presenza non conosce distanze. Pensiamo alle lettere che un tempo si scrivevano ai nonni lontani, o dal fronte: si aspettavano per settimane e si leggevano con un’intensità che oggi quasi non conosciamo. La lontananza non ha mai impedito di essere vicini. Ciò che conta è il cuore che mettiamo nel cercare l’altro. Perché chi contatta l’altro, in fondo, contatta anche se stesso.
Essere presenti non significa diventare lo zerbino di nessuno, né trasformarsi in buoni samaritani sempre pronti a salvare tutti. Significa esserci, con l’animo aperto, senza eccessi.
Lasciare andare la zavorra
Una mongolfiera può alzarsi verso il cielo solo se lascia andare le zavorre. Anche noi possiamo farlo. Il dolore emotivo mantenuto si può lasciare andare, un poco alla volta.
Non vuol dire che non sentiremo mai più dolore. Vuol dire imboccare una strada d’uscita, in cui la sofferenza perde forza e si comincia a vedere la luce. Il dolore ci è stato messo dentro quando eravamo piccoli. Ma oggi la scelta è nostra: tenerlo, o uscirne.
È un cammino che chiede calma e continuità. E comincia sempre da lì, da quella domanda semplice e scomoda: che cosa sto evitando di fare?
Per chi sente il bisogno di essere accompagnato in questo cammino, la pagina Percorsi personali presenta gli incontri individuali; i corsi di gruppo sono raccolti nella pagina Il Percorso e i Corsi.
