
Nella prima parte abbiamo visto che accettare se stessi non è rassegnazione né giustificazione dei propri limiti, e che il confronto continuo ci impedisce di accoglierci. Resta la domanda più concreta: come si fa? La risposta passa per un’altra capacità, antica quanto l’uomo: conoscere se stessi. Non nel senso di analizzare ogni angolo della propria psiche, cosa impossibile, ma nel senso di imparare a osservarsi.
Conoscere se stessi: il potere di osservarsi
Lo ricordo spesso, durante i nostri incontri e durante i corsi: imparare a osservarsi è uno dei poteri più grandi che abbiamo. Quando cominciamo a osservare i nostri pensieri, il nostro agire, e soprattutto ciò che accade dentro di noi a livello di pensiero e di emozione, in modo sempre più netto e lucido, ci stiamo distaccando dall’essere incollati alla nostra parte psichica.
Per conoscere se stessi occorre partire da qui. Questa parte vive dentro di noi ed è continuamente stimolata da ciò che accade fuori. Raccolgo segnali attraverso i sensi (parole, azioni degli altri, circostanze) e, in base a tutta la dimensione interiorizzata che abbiamo descritto, in gran parte inconscia, rispondo: attivo pensieri, sensazioni, azioni nell’ambiente. Se comincio a osservare queste risposte, comincio a conoscere me stesso e a renderle meno potenti. Non smettono di esistere, ma non mi condizionano più totalmente.
Coscienza e psiche: chi è che osserva?
Chi desidera conoscere se stessi si trova presto davanti a questa domanda. Quando osservo ciò che accade in me, ci sono evidentemente due parti: una che osserva e qualcosa che viene osservato. La parte che osserva è la nostra coscienza. Se la coscienza si distacca, prende un po’ di distanza dal turbinio mentale ed emozionale e lo osserva, comincia a non esserne più schiava, a non esserne più dominata.
È un passaggio indispensabile per accettarsi: non posso accogliere me stesso se rimango incollato a me stesso, completamente identificato. Conoscere se stessi, in questo senso, significa scoprire che io non sono i miei pensieri, non sono le mie emozioni, non sono le mie azioni: sono strumenti che uso. Il mio io spirituale è come un punto di luce dentro la psiche, ma non è la psiche. È la consapevolezza che può osservare come la psiche si muove: non può vederla tutta, ma può vederne il movimento.
Osservare senza reagire
Conoscere se stessi in questo modo cambia anche il modo in cui considero ciò che accade intorno a me e ciò che mi dicono gli altri: comincio a considerarlo senza reagire, senza rispondere immediatamente per identificazione, «perché io sono fatto così», «perché questo non si tollera». Le mie strutture interiori non si annullano, ma comincio a vederne gli effetti e posso cominciare a guidarle. È naturale avere dei limiti e cose che non abbiamo ancora compreso: ce le abbiamo tutti. Ma se le osservo, posso accoglierle come un fatto, e non ho più bisogno di lottarci. Se non osservo, sono travolto in una lotta costante.
Non si tratta soltanto di capire con l’intelligenza perché sono fatto in un certo modo o perché l’altro si comporta così: in parte serve, ma è limitato. Vi invito a scoprire il potere dell’osservare senza reagire: è la via più diretta per conoscere se stessi.
Un esercizio quotidiano per conoscere se stessi
Per conoscere se stessi non serve diventare ossessivi. Basterebbe avere ogni giorno due o tre momenti in cui ci soffermiamo al nostro interno e osserviamo ciò che sta accadendo: il turbinio dei pensieri, i movimenti emozionali. A volte possiamo semplicemente diventare consapevoli di essere travolti dai pensieri; osservarlo significa già prendere le distanze. In termini scientifici si chiama metacognizione: osservo che cosa sto pensando e che cosa si muove in me a livello emotivo.
Se ci alleniamo, scopriremo che non riusciamo più a farne a meno: l’osservazione di noi stessi diventa una necessità. E quando accade, il livello di accettazione di noi stessi sale moltissimo, perché riusciamo a vederci più ampiamente. Non siamo più soltanto il pennino sulla punta della penna che scrive sulla realtà: vediamo gran parte della penna, e ciò che c’è dietro.
Accogliere se stessi per accogliere gli altri
La cosa bella è che conoscere se stessi ci permette di comprendere molto meglio anche gli altri. Quando cresce l’accoglienza di noi stessi, cresce in modo naturale anche la capacità di accogliere l’altro. Le maggiori intolleranze verso gli altri si trovano spesso nelle persone estremamente intolleranti verso se stesse: magari orgogliose di sé, ma incapaci di accettarsi.
L’esercizio del punto tra le sopracciglia
Per sentire che esiste un punto di coscienza che osserva, potete provare un esercizio molto semplice.
- Sedetevi con la schiena un po’ dritta e gli occhi chiusi, in un luogo dove nessuno possa disturbarvi, senza suoni, musiche o parole intorno, come in un momento di meditazione.
- Fate qualche respirazione profonda.
- Portate l’attenzione al punto tra le sopracciglia, quello che in Oriente viene chiamato il terzo occhio; anche lo sguardo, a occhi chiusi, si rivolge per quanto possibile verso quel punto.
- Continuate a respirare in modo consapevole e intenzionale, mantenendo lì l’attenzione.
- Osservate che cosa accade alla vostra elaborazione mentale, e se cambia il modo di essere presenti a voi stessi.
Distinguere la coscienza dalla psiche è un’esperienza assolutamente personale. È come andare in bicicletta: chi sa andarci al massimo può dire a un altro di stare in equilibrio, ma non può trasferirgli quella consapevolezza; e chi ha imparato, anche dopo vent’anni, risale in sella e sa ancora pedalare. Allo stesso modo, conoscere se stessi a questo livello è una capacità che si conquista esercitandosi. Con il tempo potreste sentire i pensieri trasformarsi, acquietarsi, e in alcuni momenti lasciare il posto a un puro punto di presenza: quella è la coscienza. C’è sempre, in noi; possiamo spostare su di essa il nostro baricentro.
E se vi viene il dubbio di stare soltanto pensando di osservare, notate questo: quando vi rendete conto che state pensando, chi se ne rende conto? Non il pensiero pensato, ma qualcos’altro. È la coscienza.
Spirito, psiche e corpo: ritrovare l’allineamento
Conoscere e accogliere pienamente se stessi è indispensabile perché altrimenti non siamo allineati. Siamo esseri olistici: spirito, psiche e corpo sono una cosa sola, integrati, e devono vibrare sulla stessa frequenza per vivere in armonia. Ciò che disallinea questa linea di congiunzione è la dimensione psichica, con i suoi schemi, le morali, le memorie, le convinzioni e le credenze. Ce le hanno trasmesse, ma non siamo stati passivi: le abbiamo fatte nostre e strutturate ulteriormente. Nel nostro percorso ne abbiamo già trasformate molte; tante altre sono ancora potenti e attive. Riportare la nostra attenzione sulla coscienza ci aiuta a ritrovare l’allineamento.
Uscire dall’autogiudizio e dal senso di colpa
Nel processo di accoglienza di me stesso avviene contemporaneamente un ampliamento: la coscienza comincia a espandersi, e questo significa che mi giudico di meno. Autogiudicarsi non serve a nulla, punirsi ancora meno. E il senso di colpa non serve proprio a niente: è in larga parte un costrutto culturale e morale, tanto che presso alcune popolazioni del mondo non esiste nemmeno.
Anche il senso di colpa e l’autogiudizio, però, vanno accolti, nel senso che osservo che stanno accadendo in me, senza farne i miei riferimenti. Osservandoli li depotenzio e, poco alla volta, posso sostituirli con le comprensioni che maturo. È un percorso di consapevolezza che ci rende autentici e sinceri: se sbagliamo e ce ne accorgiamo, non neghiamo e non mentiamo a noi stessi. A volte non ci rendiamo conto di quanto nascondiamo a noi stessi.
Accogliere anche le parti più difficili
Conoscere se stessi significa anche guardare ciò che non ci piace. Per questo è importante osservare accogliendo anche le nostre parti più brutte. Uno dei momenti più trasformativi della mia vita è stato quando ho accolto totalmente parti di me che ritenevo terribili. È stato impegnativo: mi sembrava di fare qualcosa di inaccettabile, quasi contro la morale. Ho attraversato quella paura, con un momento di smarrimento, ma sentivo di volerlo fare. E quando l’ho attraversato mi sono ritrovato in un’altra parte di me, e si è aperto un processo trasformativo più ampio.
Come ho fatto a smettere di giudicarle? Mi sono detto: sì, sono parti che ho dentro, ma non sono io. L’io è l’io spirituale, il sé profondo; quelle parti sono struttura psichica, una falsa identità. Accettandole, vedo che non sono io. Il processo di accettazione è proprio questo distaccarsi dal ritenere di essere quella parte: è catartico, è trasformativo.
In sintesi: conoscere se stessi per accettarsi
- Osservarsi è uno dei poteri più grandi che abbiamo: rende meno potenti le reazioni automatiche.
- Non sono i miei pensieri né le mie emozioni: la coscienza è il punto che osserva la psiche.
- Due o tre momenti al giorno di osservazione interiore bastano per cominciare.
- L’esercizio del punto tra le sopracciglia aiuta a sentire la presenza della coscienza.
- Autogiudizio e senso di colpa si accolgono e si osservano, senza farne un riferimento.
- Accogliere se stessi apre naturalmente all’accoglienza degli altri.
Conoscere se stessi, in fondo, non significa sapere tutto di sé, ma imparare a guardarsi con una luce che non giudica.
Se desiderate approfondire la meditazione e la dimensione spirituale in un contesto guidato, potete conoscere il corso Toccando il Divino; per un accompagnamento individuale c’è la pagina Percorsi personali.
Le vostre domande
Servirebbe un esercizio quotidiano?
Assolutamente sì. Non serve diventare ossessivi: bastano due o tre momenti al giorno in cui ci soffermiamo a osservare ciò che accade dentro di noi, a livello di pensieri e di emozioni. Con l’allenamento diventa una necessità, e l’accettazione di sé cresce moltissimo.
— Alex
Come si fa a distinguere la coscienza dalla psiche? A volte ho dei dubbi su chi è che osserva.
È un’esperienza personale, che si conquista esercitandosi, come imparare ad andare in bicicletta. Un aiuto è l’esercizio del punto tra le sopracciglia, a occhi chiusi e respirando consapevolmente. E una verifica semplice: quando vi accorgete che state pensando, chi se ne accorge non è il pensiero, ma la coscienza.
— Natascia
La coscienza accetta e non giudica?
Sì, è così. La coscienza non giudica perché non è condizionata: non ha riferimenti morali, ideologici o religiosi. È luce che illumina e osserva; poi siamo chiamati ad agire, attraverso la psiche e il corpo. Per questo è lì che dobbiamo riportare l’attenzione.
