Vivere con leggerezza: bolle di sapone che salgono nella luce

Se vi chiedessi come vorreste il vostro animo, probabilmente risponderemmo tutti allo stesso modo: sereno, gioioso, in pace. È ciò che intendo quando parlo di vivere con leggerezza. Non si tratta di un talento riservato a pochi né di un carattere fortunato, ma di una capacità che si può comprendere e coltivare. Per farlo, però, occorre prima riconoscere da dove nasce il suo contrario: la pesantezza che, giorno dopo giorno, si deposita dentro di noi.

Questo articolo nasce da uno dei nostri incontri online del mercoledì ed è la prima di due parti. Qui esploriamo che cosa significa davvero vivere con leggerezza e quale meccanismo interiore ce lo impedisce; nella seconda parte vedremo come lasciare andare i pesi, con due esercizi semplici da praticare.

Che cosa significa vivere con leggerezza

Leggerezza non è superficialità

Chiariamo subito un possibile equivoco. Vivere con leggerezza non significa essere superficiali, prendere le cose alla leggera, sfiorare la vita senza abitarla. Significa piuttosto essere profondi, attenti, consapevoli e capaci di osservare, ma senza attribuire agli eventi un’importanza eccessiva, quella gravità che li trasforma in macigni.

La leggerezza, in questo senso, è un modo di stare al mondo. Nasce dalla percezione che la vita sia una trasformazione continua, un movimento incessante, un divenire che scorre e si rinnova. Non è la vita a essere grave: siamo noi a renderla tale. Accadono eventi più o meno piacevoli, più o meno dolorosi, e siamo noi a caricarli di un peso che non appartiene ai fatti, ma al modo in cui li viviamo. Considero le cose con attenzione, anzi con più attenzione di prima; tolgo soltanto quella gravità che le rende insopportabili.

Non è un caso che Italo Calvino abbia aperto le sue Lezioni americane proprio con la leggerezza, intesa come sottrazione di peso e non come fuga dalla realtà.

Il contrario della leggerezza: la pesantezza interiore

Il contrario della leggerezza è la pesantezza. Ciascuno di noi ha una dimensione interiore, una struttura psichica che, nel corso dell’esistenza, ha generato un processo continuo di appesantimento. Lo avvertiamo come sofferenza, come una mancanza di leggerezza interiore: in certi momenti, in certi ambienti, in certe relazioni la vita si fa pesante. Prima di imparare a vivere con leggerezza dobbiamo dunque chiederci come si formano questi pesi.

Il dolore non è il peso

È necessaria una distinzione fondamentale: il dolore non coincide con il peso.

Il dolore fa parte della vita. Abbiamo un corpo sensibile, che può provare dolore fisico, e una psiche che può avvertire un dolore interiore. La vita porta con sé il piacere e porta con sé il dolore: è un dato di fatto, appartiene all’ordine degli eventi, alle cose che possono accadere. Non è il dolore a generare la pesantezza, e vivere con leggerezza non significa illudersi di non soffrire mai.

La differenza sta nel modo in cui viviamo il dolore. Uno dei modi possibili è proprio quello di trasformarlo in peso: accade qualcosa, io entro in relazione con quel fatto e, così facendo, genero dentro di me un fardello.

Due persone, lo stesso evento

Lo si osserva facilmente. Due persone attraversano la stessa situazione, lo stesso evento doloroso, eppure una lo vive con maggiore leggerezza e l’altra con un peso enorme. Il fatto è identico; diverso è il rapporto che ciascuna instaura con esso. Ecco perché vivere con leggerezza non dipende da ciò che ci accade, ma da come lo accogliamo.

Da dove nasce il peso: l’ego e il bisogno di riconoscimento

La formazione dei pesi interiori deriva dalla struttura del nostro ego. L’ego ci propone continuamente confronti, verifiche, valutazioni. Alimenta il bisogno di essere considerati e riconosciuti dagli altri e, molto spesso, un grande timore del giudizio altrui, al quale finiamo per sottometterci.

In questo modo creiamo al nostro interno grovigli e appesantimenti che, con il tempo, diventano veri e propri pesi. E da qui nascono la preoccupazione, l’ansia, la tensione: tutto ciò che ci allontana dalla leggerezza interiore e ci impedisce di vivere con leggerezza. Chi desidera vivere con leggerezza deve allora porsi una domanda: perché dentro di noi si attiva questo automatismo che ci porta a dare a ogni cosa un’importanza eccessiva?

La parola che appesantisce la vita: «mio»

C’è una parola che segna questo percorso, una parola semplicissima che usiamo tutti i giorni. È come uno spartiacque: ci fa andare in una direzione o nell’altra. In genere prendiamo la direzione della pesantezza proprio perché la usiamo nella sua accezione più limitante e separante. Questa parola è mio.

La mia casa, la mia penna, la mia automobile, il mio telefono, mio marito, mia moglie. La parola «mio» ha due valenze, e la prima è quella che conosciamo meglio: la valenza possessiva.

Il «mio» possessivo e l’identificazione

Quando usiamo «mio» in senso possessivo, per indicare ciò che ci appartiene, rendiamo quella cosa nostra nel senso più profondo: la integriamo nella nostra dimensione interiore e la facciamo diventare parte della nostra identità, della nostra struttura egoica. Da quel momento tutto tende ad avere peso, a diventare grave, a esercitare un potere enorme sul nostro stato d’animo.

L’anello perduto e l’amicizia delusa

Pensiamo a un anello prezioso, ricevuto in dono da una persona cara: ha un valore affettivo e un valore economico. Se lo perdiamo, non sentiamo soltanto la mancanza di un oggetto, ma un vuoto, come se avessimo perduto un pezzo di noi. È normale, certo. Ma il motivo è che quell’oggetto, caricato dal «mio», era diventato parte della nostra identità.

Lo stesso accade, e con maggiore intensità, nelle relazioni. «La mia amicizia», «il mio amico»: se l’altro si comporta diversamente da come avevamo immaginato, tutto ciò che avevamo strutturato dentro di noi come nostro, perché ne avevamo bisogno per sentirci considerati e riconosciuti, viene modificato o addirittura cessa di esistere. Ed ecco il dolore psichico: non nasce dall’evento in sé, ma dal processo di identificazione che lo aveva preceduto.

Il «mio» dell’appartenenza

Esiste però un altro modo di dire «mio», che ci porta in una direzione totalmente diversa. Lo usiamo già, anche se meno spesso: il mio respiro, il mio cuore, il mio cielo, il mio pianeta. In questi casi «mio» non è possessivo; anzi, inverte la sua polarità. Dire «il mio pianeta» significa: io appartengo al pianeta. Dire «la mia fede» significa: io appartengo a questa fede. Fino alla frase più delicata di tutte, «il mio Dio», che non vuol dire che Dio sia mio, ma che io appartengo a qualcosa di più vasto.

È il «mio» dell’unione, della comunione, del senso di appartenenza: il «mio» che ci collega all’ambiente, al contesto, agli altri. Questo «mio» non genera pesi; al contrario, scioglie quelli creati dal «mio» possessivo e ci libera dalle strutture che abbiamo costruito in anni, a volte in decenni, riconoscendoci attraverso il possesso. Invertire il «mio» è forse il primo, vero passo per vivere con leggerezza, perché toglie ai pesi il terreno su cui crescono.

Lo zaino sulle spalle: il primo passo per vivere con leggerezza

Immaginate di aver messo, ogni giorno della vostra vita, qualche sassolino in uno zaino: a volte una pietra, a volte un sasso più grosso. Oggi molti di noi portano sulle spalle uno zaino carico di piccoli, medi e grandi pesi, e lo chiamano «il peso della vita». Eppure la vita può essere tutt’altro.

Quello zaino si può svuotare, ed è questo il cuore del vivere con leggerezza. Nella seconda parte di questo articolo vediamo come lasciare andare i pesi interiori: che cosa cambia nelle relazioni quando passiamo dal possesso alla relazione, quali sono le due condizioni indispensabili della leggerezza e quali esercizi possiamo praticare fin da subito.

Per chi desidera approfondire questi temi all’interno di un percorso di crescita personale, il corso online Il Mio Risveglio è dedicato proprio alle azioni interiori che trasformano il nostro modo di vivere; tutti i corsi sono raccolti nella pagina Il Percorso e i Corsi.

Le vostre domande

«Mio figlio, mia moglie, mio fratello»: anche in questi casi si possono sciogliere i legami di possessività?

Sì, e anzi ne abbiamo bisogno. Nel parlato continueremo a dire «la mia compagna», perché la lingua stessa si è conformata al possesso; conta il significato che diamo alla parola. Diventando consapevoli possiamo passare dal «mio» che possiede al «mio» della relazione: l’altro non è mio, è una persona con cui sono in relazione. Sciolto il legame possessivo, la relazione resta, più libera e più leggera.

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